Recupero e conservazione, tendenze e sensibilità moderne


“Lasciamele tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una, che ci ho messo una vita a farmele!”
Anna Magnani

In principio fu “etica”: etica come reazione al consumismo moderno e tendenza sempre più urgente al recupero ed alla conservazione degli arredi tradizionali, pescando da cantine e soffitte oggetti da riportare a nuova vita.
Restaurare, riciclare, valorizzare i segni del tempo in un elogio estetico delle imperfezioni e dell’usura, lasciarsi rapire dalla poesia del logoro, del consunto, delle sbavature di ruggine e delle ammaccature di sedie, tavoli, vetrine, cornici…
Cogliere il gusto della storia, del luogo, della polvere che si posa sugli oggetti di una vita; recuperare non solo nuova funzionalità ma l’anima e il calore umano trasmessi alla materia inanimata dal vissuto quotidiano di uomini e donne.

Lo shabby Chic

Una maggiore sensibilità e attenzione ai temi del riciclo e del recupero è il retroterra culturale che sostiene alcune delle tendenze più in voga ed apprezzate del momento. Tra queste vi è senza dubbio lo shabby chic, uno stile di interior design sempre più diffuso, in America come in Europa, estremamente versatile e caratterizzato da un mood romantico e luminoso, tenui color pastello, mobili, accessori ed arredi invecchiati.

Shabby chic si traduce letteralmente con “trasandato elegante”, locuzione con cui si indica l’aspetto solo apparentemente dimesso, eppure allo stesso tempo contraddistinto da una raffinata eleganza e da una cura maniacale dei particolari.
Parliamo per comodità di “stile”, ma lo shabby chic a rigor di termini non denota né un vero e proprio stile, né una precisa categoria di mobili, non è vincolato ad alcuna epoca ed è al contrario influenzato da diverse e variegate tradizioni stilistiche. Piuttosto potremmo definirlo come un particolare trattamento del vecchio mobilio in legno, applicando per esempio la tecnica del decapè, che consiste nel verniciare il pezzo con tinte color pastello che vengono successivamente abrase nei punti di maggior usura, in corrispondenza degli spigoli e attorno a pomelli e maniglie. Ne risulta un effetto sbiadito e vissuto, con colori soft e informali.

Radici e influenze

La tecnica del decapè nacque in Francia nel ‘700, ai tempi di Luigi XV, quando si era soliti regalare ai giovani sposi dei pezzi di mobilio. La coppia si ritrovava ad avere mobili differenti per stile e colore, che si tendeva ad uniformare con una mano di vernice, stesa senza cure particolari e spesso ripetuta nel tempo più e più volte. La vernice con l’usura tendeva ad assottigliarsi o a staccarsi, rivelando alla vista i colori sottostanti.

Qualcosa di molto simile fu alla base della tecnica della ceratura, anche conosciuta col termine francese di ceruse.
In passato si era soliti imbiancare le pareti con la calce, sia per motivi di praticità che per ragioni igieniche, avendo la calce ottime proprietà antibatteriche. Con la pittura in eccedenza spesso si ridipingevano i mobili rustici, essendo però la calce un materiale altamente degradabile, la pittura col tempo si deteriorava, lasciando tracce di bianco nelle depressioni create dalle venature.
Questo effetto polveroso e usurato, che evidenzia la trama delle venature, viene oggi riprodotto con la cera sbiancata, molto impiegata soprattutto per lo stile shabby.

Le ragioni del successo dello shabby chic vanno probabilmente ricercate nella versatilità di un gusto che prende spunto da varie esperienze stilistiche, facilmente declinabili secondo il gusto e le necessità personali.

Il primo riferimento è indubbiamente quello delle sobrie country house inglesi di epoca vittoriana, che possedevano in nuce molti degli elementi ripresi poi a piene mani dal gusto shabby, sebbene lo shabby risulti più lezioso ed eccentrico: carte da parati, vecchi divani chintz, grandi lampadari di cristallo, stoffe e tende bianche…
Altro illustre precursore è lo svedese stile gustaviano, così chiamato dal nome del re di Svezia Gustavo II, che nel 1771 tornò a casa dopo una lunga permanenza a Versailles, presso la corte di Luigi XVI, portando con sé le suggestioni lasciate da Neoclassico e Rococò francese, opportunamente rivisitate e depurate da ogni eccesso e sovrabbondanza. Il risultato fu uno stile sobrio ed essenziale, con mobili dipinti in varie sfumature di bianco (crema, bianco opaco, grigio chiaro) che nei lunghi inverni del nord restituiscono grande luminosità agli ambienti, lampadari a cinque o sette bracci di candelabri, linee pulite appena interrotte da piccoli e discreti dettagli decorativi, talvolta dorati. I pezzi originali di questo stile, che si diffuse in tutta Europa, raggiungono tutt’ora quotazioni particolarmente elevate.
Non meno importanti le influenze provenzali, che introducono le atmosfere e i colori rurali della campagna francese: lavanda, verde chiaro, azzurro. Un rustico leggero, romantico e ricercato, dove l’elemento restaurato in legno, laccato o al naturale, trasmette lo stesso calore ereditato dallo shabby, così apprezzato su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Nascita e diffusione

Il termine shabby chic fu coniato ufficialmente nel 1980 dalla rivista inglese “The World of Interiors”. A renderlo popolare fu invece la designer Rachel Ashwell che incantò per primi amici e parenti curando personalmente gli interni di casa sua.
L’anno decisivo fu però il 1989, quando Rachel aprì in California, per la precisione a Santa Monica, il suo primo store, chiamato, per l’appunto, Shabby Chic. Il successo non tardò ad arrivare, e negli anni ’90 lo stile di Rachel Ashweel contagiò gli Stati Uniti, in particolar modo San Francisco e Los Angeles e di lì, attraverso riviste specializzate, si diffuse in tutto il mondo.

Nelle case occidentali cominciarono a diffondersi pezzi usurati recuperati a nuova funzionalità: vecchie specchiere di comò stasferite in bagno sul lavandino, porte scrostate e serramenti un po’ arrugginiti impiegati come testate da letto, vetrinette per porcellane e ceramiche trasformate in graziose scarpiere e poi tutto un fiorire di tessuti di lino, pizzi e merletti, candele, motivi decorativi in ferro battuto rubati a vecchi cancelli, e quanto la fantasia seppe e sa resuscitare dai nostri amati ambienti domestici.

Gli ultimi sviluppi

Un humus cuturale che non ha mancato di generare e ramificarsi in nuovi sbocchi, varianti e sfumature stilistiche, molto divergenti ma tutte ugualmente shabby: l’industrial chic con finiture metalliche e rovere sbiancato; il vintage che si sposa al moderno nello shabby fusion; l’americano chippy, dove le usure del tempo sono mantenute integralmente senza ulteriori trattamenti di recupero; il beach cottage chic, che sfruttando le tonalità del celeste, del tiffany e del marrone rievoca le atmosfere marine con appositi complementi d’arredo, come conchiglie, remi, corde, oblò, vecchie bussole e ancore; o ancora il country chic, dove ai colori pastello e alle tinte polverose dello shabby chic si sostituiscono i toni caldi e decisi della terra e del sole (ocra, giallo, marrone, rosso ciliegia e verde), si privilegiano il legno naturale e i tessuti grezzi, come la juta e le stoffe a quadri, e complementi che ricordano la campagna e lo stile dei cowboy.

Un terreno fertile insomma, che non smette di generare e rigenerarsi in un panorama sempre più ricco e variegato, dove antico, moderno e più spesso il semplice “vecchio”, diventano specchio intimo e impronta fedele della nostra identità più autentica, con un occhio ai ricordi più cari e l’altro impegnato a scrutare nuovi orizzonti.